Il fenomeno del conflitto

l'equilibrio di un conflitto

«Le definizioni di conflitto sono molteplici, ma è comune a tutte l’idea che il conflitto sia una percezione».

“Il conflitto in psicologia indica uno scontro tra ciò che una persona desidera e un’istanza interiore. Quest’ultima può essere interpersonale o sociale ed impedisce la soddisfazione del bisogno, dell’esigenza o dell’obiettivo connessi a tale desiderio.”

Ne deriva che è sufficiente che una parte contrasti e attacchi l’argomento dell’altra o una sua richiesta affinché questa si senta minacciata sul piano personale. Mettendo di conseguenza in atto un insieme di strategie ostili e maldisposte di difesa del proprio Io. Ad esempio comunicazioni competitive, ritorsioni, minacce, aggressioni verbali e chiusura verso eventuali tentativi di riconciliazione.


E’ importante distinguere due diverse tipologie di conflitto, ossia i conflitti di tipo emotivo e quelli di tipo cognitivo (Pietroni e Rumiati 2004).

Conflitti emotivi e cognitivi


Si parla di conflitto emotivo laddove si riscontrano conseguenze negative e degenerative per le persone, i gruppi, e la società. Ciò poiché permette la sedimentazione di umiliazioni e rancori per le parti. Il conflitto cognitivo, invece, laddove gestito nel modo corretto, è in grado di trasformare il conflitto in un’opportunità di crescita per le parti.

Conflitto come Gioco a somma zero


Al fine di comprendere meglio le differenze esistenti tra queste due tipologie di conflitto è utile fare appello alla teoria delle percezioni. Quest’ultima determina l’interpretazione del conflitto come “un gioco a somma zero” (Schelling 1960).


Secondo tale teoria le parti sono erroneamente convinte che ogni vittoria che concedono alla controparte su un argomento si trasformerà in una perdita di pari valore che dovranno soffrire. Tradotto in termini matematici, l’aver consentito di ottenere un punto alla controparte significa per l’altra perdere un punto. Quindi la somma dei valori che si sono determinati discutendo è pari a zero. Tale lettura della situazione conflittuale crea inevitabilmente un clima competitivo caratterizzato da chiusure e distorsioni comunicative.

Conflitto come Gioco a somma variabile


In casi contrari il conflitto può però assumere la configurazione di un “gioco a somma variabile”. Una data concessione, infatti, può produrre più piacere per chi la riceve che dolore per chi la opera. Tradotto in termini matematici, se la concessione produce cinque punti per la controparte e ne fa perdere solo uno all’altra che cosa accade? La somma dei valori che si sono determinati discutendo non è zero ma nello specifico caso è pari a ben 4 punti.
Le parti,che sono in grado di maturare questo tipo di percezione nei confronti della discussione, adottano uno stile comunicativo più aperto e trasparente. Così iniziano a percepire la propria controparte più come un partner che come un nemico.


In sintesi la grande varietà di conflitti interpersonali può essere ricondotta essenzialmente a tre macro categorie di conflitto:

  • emotivo
  • cognitivo caratterizzato da percezione a somma zero
  • cognitivo caratterizzati però da percezione a somma variabile.

La negoziazione: la forma più evoluta di conflitto


Nel transitare dalla prima all’ultima tipologia è possibile osservare l’impiego di differenti modalità di gestione del conflitto. Da forme più arcaiche come la lotta o la prova di forza a forme sempre più evolute. Queste ultime vanno dal coordinamento tacito, all’appello all’autorità, al ricorso alla norme. Ed infine giungono alla modalità di coordinamento più evoluta che è rappresentata dalla negoziazione. Quest’ultima è in grado di trasformare un conflitto in un’opportunità di creazione di valore per entrambe le parti.
Ovviamente va di pari passo che una componente fondamentale dei processi negoziali è proprio la comunicazione. Infatti, grazie ad una efficace gestione delle strategie comunicative, le parti possono ridurre il rischio di cadere nella trappola del conflitto di tipo emotivo.

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